In una Milano di fine luglio, tra chi parte per il mare e chi resta in città per lavorare, arrivano anche i primi bilanci della maturità in Lombardia. Il quadro che emerge parla di un esame vissuto con meno tensione rispetto al passato: i cento sono diminuiti, ma la media dei voti si è alzata. Un segnale che racconta bene un passaggio generazionale diverso, più misurato, forse più pragmatico, ma non per questo meno impegnativo.
Il dato colpisce soprattutto per il suo equilibrio apparente: da una parte cala il numero dei massimi punteggi, dall’altra cresce la qualità media delle prove. In altre parole, meno apici e più continuità. È una tendenza che nelle scuole milanesi e dell’hinterland viene letta come il risultato di percorsi più omogenei, di commissioni che valorizzano il complesso del cammino scolastico e di studenti che arrivano all’esame con aspettative meno enfatiche rispetto a qualche anno fa.
Nel capoluogo lombardo, dove l’anno scolastico si chiude spesso con il pensiero già rivolto alle ferie e ai primi stage estivi, la maturità resta comunque uno spartiacque forte. Per molte famiglie è ancora il momento simbolico in cui si tirano le somme di cinque anni di scuola superiore, tra ansia, studio e organizzazione quotidiana. Ma il clima che si respira, secondo molti docenti, è cambiato: meno mito dello studio senza tregua, più attenzione alla serenità personale e alla capacità di affrontare il colloquio con lucidità.
In questo senso pesa anche il ruolo delle scuole, che negli ultimi anni hanno cercato di accompagnare gli studenti con un lavoro più continuo durante l’anno. A Milano, dove i licei, gli istituti tecnici e i professionali rispecchiano una città fatta di percorsi diversi e ambizioni diverse, l’esame di Stato non è più letto solo come una corsa al voto massimo. Conta il profilo complessivo, contano le competenze, conta la tenuta emotiva. E questo contribuisce a spiegare perché i voti medi risultino più alti pur con meno studenti premiati dal cento.
Resta però un dato che richiama l’attenzione: i bocciati sono 262. Una cifra che ricorda come, al di là delle tendenze generali, la maturità continui a essere una prova selettiva. Per alcuni ragazzi, infatti, l’esame arriva dopo un anno complicato, segnato da lacune, difficoltà personali o da un rapporto non semplice con il metodo di studio. Ed è proprio qui che il racconto dei risultati si fa più concreto, perché dietro ogni numero c’è una storia scolastica diversa.
Nel periodo estivo, quando la città rallenta e le aule si svuotano, questi esiti assumono anche un significato più ampio per Milano e la Lombardia. La scuola osserva se stessa e misura il polso di una generazione che vive tra pressioni alte, uso intenso della tecnologia, ricerca di equilibrio e aspettative familiari spesso molto forti. Il fatto che gli studenti affrontino gli esami con maggiore serenità, come osserva chi li segue da vicino, non significa minore serietà: semmai un modo diverso di stare dentro la prova.
Per i maturandi promossi, adesso è il tempo delle scelte: università, lavoro, viaggi, corsi, esperienze all’estero. Per chi invece non ha superato l’esame, il percorso continua con la necessità di ripartire, in un momento dell’anno che per molti è fatto di sospensione e ripartenza insieme. La maturità, anche nel 2026, resta così uno specchio utile della scuola lombarda: meno rituale, più concreta, ancora decisiva.
Per approfondire: Repubblica Milano