Nell’estate milanese, tra serate all’aperto, parchi pieni e un ritmo cittadino che si fa più lento solo in apparenza, la cronaca riporta al centro una vicenda che ha scosso l’hinterland: l’omicidio di Alessio Borelli e la ricostruzione delle ore che lo hanno preceduto. Al centro dell’indagine c’è Ahmad Abdelghani, un uomo che, secondo quanto emerso, dopo il delitto è rimasto per giorni quasi invisibile, muovendosi ai margini della città e del suo territorio.
La sequenza dei fatti, ricostruita dagli investigatori, aiuta a capire quanto possa essere rapida la traiettoria che porta da un episodio di violenza a un esito ancora più grave. Trenta ore prima dell’omicidio, Abdelghani avrebbe avuto un’aggressione nei confronti dei City Angels. Un passaggio che oggi assume un peso decisivo nella lettura complessiva della vicenda, perché colloca il delitto dentro una catena di segnali di allarme che non si sono fermati in tempo.
Nel racconto degli inquirenti, il quadro si sposta poi al 6 luglio, in un parco di Corsico, dove Abdelghani viene bloccato dai carabinieri. È armato, e durante il fermo avrebbe gridato frasi riconducibili al lessico dell’estremismo, dicendo di essere dell’Isis. Un dettaglio che rende il caso ancora più delicato e che allarga la cornice investigativa oltre il singolo episodio di sangue, fino a toccare il tema della sicurezza urbana e della prevenzione nelle aree di confine tra Milano e l’hinterland.
In questo periodo dell’anno, quando molte zone della città vivono giornate più vuote e serate più animate nei quartieri e nei parchi, il tema della presenza sul territorio torna centrale. Le grandi città come Milano conoscono bene questa alternanza: da un lato la socialità estiva, dall’altro gli spazi in cui persone fragili, isolate o già segnalate possono passare inosservate. È in questo spazio che si inserisce la vicenda di Abdelghani, descritto come capace di sparire alla vista per circa venti giorni dopo l’omicidio.
Proprio questa scomparsa temporanea è uno degli elementi che più colpiscono. Non solo per la difficoltà di rintracciare un sospetto potenzialmente pericoloso, ma anche per il modo in cui mette in discussione la tenuta delle reti di controllo sul territorio. I City Angels, impegnati ogni giorno in zone sensibili della città, finiscono così dentro una storia che parla anche di prevenzione, intervento rapido e collaborazione tra forze dell’ordine e volontariato urbano.
La ricostruzione giornalistica, in questi casi, non serve soltanto a mettere in fila i fatti, ma a leggere un frammento di realtà milanese in cui si intrecciano violenza, disagio e attenzione alla sicurezza. Corsico, come altri comuni dell’area metropolitana, vive infatti in continuità con Milano: ciò che accade nei parchi, nelle vie di passaggio e nei margini del centro urbano non resta mai davvero separato dalla vita della città.
Resta ora l’esigenza di chiarire nel dettaglio come si siano sviluppate le ore precedenti al delitto, quale fosse la reale condizione dell’uomo al momento dell’aggressione ai volontari e in che modo sia riuscito a restare fuori dai radar per un periodo così lungo. Domande che pesano non solo sul caso Borelli, ma anche sulla capacità delle istituzioni di intercettare in tempo situazioni di rischio elevato.
Per approfondire: Repubblica Milano.