Milano saluta don Antonio Mazzi, una figura che per decenni ha attraversato la città e il suo hinterland con uno sguardo diretto, senza paura di esporsi e senza indulgere nelle formule di comodo. Prete di strada, fondatore di Exodus, volto noto anche al grande pubblico, Mazzi è stato per molti soprattutto questo: un educatore capace di parlare ai ragazzi difficili senza mettere distanza, provando a costruire relazioni prima ancora che percorsi di recupero.
La sua storia si è intrecciata a lungo con il Parco Lambro, uno dei luoghi simbolo della Milano che cambia. Qui, tra spazi verdi, periferie vicine e fragilità sociali, ha preso forma un’idea di accoglienza che non si limitava all’assistenza, ma cercava di rimettere in moto fiducia, responsabilità e desiderio di futuro. È lì che molti hanno imparato a conoscerlo come un uomo capace di stare dentro i conflitti, senza idealizzare i giovani né giudicarli in fretta.
Nel raccontare il suo lavoro, Mazzi aveva spesso rovesciato la prospettiva comune. Per lui non erano gli adulti a “salvare” i ragazzi, ma i ragazzi stessi a costringere chi li incontra a cambiare punto di vista. Una lezione che resta attuale in una città come Milano, dove il tema delle dipendenze, della dispersione scolastica, del disagio psichico e delle solitudini giovanili continua a interrogare famiglie, scuole e servizi sociali.
La sua notorietà televisiva ha allargato il raggio della sua voce, ma non ne ha mai cancellato l’impronta concreta. Mazzi era tra quelli che preferivano il linguaggio semplice, persino ruvido, a quello istituzionale. Anche quando interveniva nel dibattito pubblico, lo faceva da un punto di vista molto riconoscibile: quello di chi vedeva nelle periferie, nei quartieri più esposti e nelle vite spezzate non un problema da osservare da lontano, ma una responsabilità collettiva.
In estate, quando Milano si svuota e molti servizi provano a reggere l’urto del caldo e delle assenze, la sua figura richiama ancora di più un’idea di prossimità. Il periodo delle vacanze, con la città che alterna eventi serali, mobilità diversa e nuovi ritmi quotidiani, mette spesso in evidenza chi resta ai margini. Mazzi aveva costruito il suo percorso proprio dentro questa Milano: non quella da cartolina, ma quella che chiede ascolto, presenza e continuità.
Il lascito di don Antonio Mazzi sta anche nel modo in cui ha saputo parlare di speranza senza renderla astratta. I ragazzi accolti nelle comunità, i percorsi di Exodus, il lavoro educativo sul territorio hanno rappresentato per anni un laboratorio sociale osservato con attenzione anche oltre i confini cittadini. E nel ricordo di chi lo ha conosciuto emerge soprattutto la sua capacità di accettare la fatica dell’incontro, senza arretrare davanti alle contraddizioni.
Per Milano, la sua scomparsa non chiude solo una stagione di impegno civile e pastorale: riporta al centro il tema di come una comunità risponde alle fragilità dei più giovani. In una settimana d’estate che porta molti a pensare al weekend, alle gite fuori porta e alla città da vivere all’aperto, la notizia invita anche a guardare con più attenzione a chi il fine settimana lo trascorre altrove, o non ha luoghi in cui sentirsi davvero accolto.
Per approfondire: Repubblica Milano